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Denominato xàpteç dai Greci, e divenuto quindi charta per i Latini, le prime testimonianze del papiro come supporto scrittorio si incontrano in Egitto a partire dal III millennio a.C. e la sua utilizzazione durerà fino al VII secolo d.C. L'Egitto risulta, evidentemente il luogo in cui si incontrano un maggior numero di papiri antichi ben conservati perché là fu il luogo principale di produzione di questo materiale scrittorio: sembra che la biblioteca di Alessandria conservasse circa settecentomila rotoli di papiro. Con lo stesso percorso individuato anche in altri casi il papiro giunse, tramite gli Arabi, in Sicilia, in particolare a Siracusa, e si diffuse poi presso le cancellerie imperiale e pontificia. Nel mondo greco esso giunse solamente con il IV sec. a.C., mentre i testimoni più antichi di epoca romana sono alcuni papiri rinvenuti ad Ercolano e scoperti alla metà del XVIII secolo. Materiale assai fragile il papiro ci è giunto in un numero relativamente modesto di esemplari: quelli di Ercolano si sono evidentemente conservati sotto la lava, mentre gli egiziani sotto la sabbia. Poche sono le testimonianze di epoca medievale. Sappiamo che a Roma per i documenti ufficiali si continuavano a utilizzare le tavolette cerate o lignee: il papiro divenne di uso normale dal III secolo in poi fino al VII secolo circa e su di esso si scrissero documenti ma anche e soprattutto testi letterari. Il papiro è stato quindi materiale di riferimento per le civiltà antiche, come strumento per trasmettere ai posteri le opere letterarie, la storia ufficiale e la documentazione privata e quotidiana. I fogli di papiro venivano conservati arrotolati in modo tale che lo strato delle fibre disposte orizzontalmente rimanesse all'interno: questo lato era infatti quello destinato ad accogliere la scrittura (recto). il rotolo veniva avvolto intorno all'umbilicus, bastoncino di legno o di avorio, che aveva, ai due estremi, due pomelli sporgenti, i cornua, a cui veniva attaccata un'etichetta con riassunto brevemente il contenuto (titulus). Si sono conservati fino a noi rotoli di papiro lunghi anche otto metri, ma alcune testimonianze ci dicono che potevano giungere addirittura a quaranta. Il rotolo, così condizionato, detto volumen una volta scritto, veniva conservato in un astuccio cilindrico, la capsa o theca. La scrittura disposta su colonne parallele lungo il lato corto del rotolo faceva sì che esso venisse letto srotolandolo in orizzontale- anche se alcuni testimoni dimostrano il contrario - e riavvolgendolo via via. Questa forma del rotolo di papiro rimase in uso fino al secolo Xl, e rari furono i papiri in forma di codice soprattutto prima del III secolo d.C. Il codice assumerà fin da subito una forma in tutto simile a quella del nostro libro: composto di fogli separati raggruppati in fascicoli che venivano legati tra loro sulla piegatura centrale dEl foglio. Per ottenere una maggiore uniformità tra le pagine del codice, i fogli venivano sovrapposti alternando recto e verso così che le fibre si presentassero, sulle pagine affiancate, o tutte orizzontali o tutte verticali. Il foglio di papiro si otteneva dalla pianta dell'arbusto acquatico, la cui altezza raggiungeva i tre-quattro metri e che nasceva spontaneamente in Egitto sulle rive del Nilo, in Siria e in Palestina. Inizialmente, prima di scoprirne l'utilizzazione come strumento scrittorio, veniva usato per fabbricare corde e tessuti. Per prepararlo ad accogliere la scrittura facendone dei fogli, si recideva la corteccia verde della pianta e il midollo bianco molto colloso che se ne otteneva veniva tagliato in pezzi di diverse lunghezze. Ogni pezzo era suddiviso in lamelle (philyrae) molto sottili, lunghe dai 15 ai 40 cm a seconda del foglio che si voleva ottenere. Esse venivano poste, su una pictra piatta, affiancate le une alle altre e leggermente sovrapposte. Un secondo strato veniva sovrapposto in maniera perpendicolare al primo. Così collocate le lamelle venivano bagnate e coperte da una tela che le tenesse ferme durante la battitura con i magli che poteva durare anche alcune ore. Con questo procedimento i due strati collosi si attaccavano a formare dei fogli che venivano quindi seccati al sole. Infine si procedeva all'operazione di levigatura con le pietre. Pronti ad accogliere la scrittura, i singoli fogli (plagulae) venivano letteralmente incollati tra loro a formare rotoli anche molto lunghi. I più comuni presentavano solo un lato levigato, pronto ad accogliere la scrittura, il recto; su questo lato si scriveva in colonne, rispettando il verso delle fibre, lungo il lato corto. Nel caso in cui il testo venisse scritto anche sul verso del foglio la scrittura risultava perpendicolare alle fibre e al testo scritto sul lato opposto, in questo caso il papiro si diceva opistografo. Gli antichi Egizi utilizzavano per scrivere sul papiro un piccolo pennello ottenuto da un pezzetto di giunco la cui estremità veniva tagliata ad angolo e masticata: si otteneva così una punta di un certo spessore che lasciava un tratto abbastanza largo e uniforme. I Greci utilizzarono invece, come strumento per eccellenza di scrittura sul papiro, il calamo (già incontrato per la pergamena e per la carta): una canna più grossa e robusta la cui punta, a forma di pennino, veniva anche incisa in modo da permettere il passaggio dell'inchiostro tramite la fessura. Lo spessore della punta del calamo poteva essere diverso e si poteva così ottenere una scrittura di diverso spessore. |
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