Bianca Paganini Mori
nata a La Spezia nel
1922,
Arresto
effettuato da due fascisti, due ufficiali e alcuni soldati delle SS, il 3
luglio 1944 a La Spezia con la madre e la sorella per sostegno al movimento
partigiano
Carcerazione
- a La Spezia, nel Carcere di Villa Andreini
- a Genova, nel Carcere di Marassi
Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Ravensbrück matricola n.77.399.
|
Mi chiamo Bianca Paganini, sono nata a La Spezia il primo febbraio
1922. Appartengo ad una famiglia molto religiosa, perciò babbo e mamma
avevano aderito al movimento del Partito Popolare prima dell'ascesa al
potere di Mussolini.
Giunse l'8 settembre. Mio fratello, il più grande, era
ufficiale degli alpini e si trovava nella zona del Vipiteno e di Fortezza.
L'8 settembre abbandonò il suo posto e si diresse verso casa. Ci raggiunse
ai primi di ottobre e insieme ad altri cominciò immediatamente a organizzare
i primi movimenti, i primi raduni dei partigiani. Ben presto a mio fratello
Alberto si associò anche il secondo, Alfredo, che faceva il quinto anno di
medicina e che organizzò, con le sue conoscenze di medicina, un piccolo
ospedale su in montagna per accogliere i partigiani che durante i
rastrellamenti venivano feriti.
Quando cominciarono le prime avvisaglie, mamma cercò di avvisare i fratelli
su in montagna di essere più prudenti. La mattina del primo di luglio mio
fratello Alfredo scese in città insieme alla moglie di Vero del Carpio, che
era allora il capo della formazione partigiana. Erano venuti in città per
prendere delle medicine nelle farmacie. Quando arrivarono in piazza
Garibaldi, vennero accerchiati da ufficiali della SS e dai fascisti,
arrestati e portati nelle carceri di Villa Andreini. Abbiamo saputo subito
quello che stava succedendo e la mamma cominciò subito con grande coraggio a
cercare tutto quello che poteva esserci di pericoloso in casa. Ma in casa
c'era poco o niente. Allontanò il più piccolo affinché potesse essere
sottratto a qualsiasi rivendicazione da parte dei fascisti. Noi attendemmo
sicuri che nulla sarebbe successo ad una donna di sessantatré anni e a due
ragazze, una di ventuno e l'altra soltanto di diciotto anni. Verso
mezzanotte sentimmo sotto casa parecchie persone.
Si affacciarono alla porta Gallo e altri due fascisti. Dietro di loro
c'erano due ufficiali della SS e quattro o cinque soldati tedeschi.
Entrarono in malo modo. Ci fecero alzare e per cinque ore rovistarono per
casa, una casa ben misera, perché era un rifugio dai bombardamenti e tutte
le cose erano state messe in salvo in altre case dove c'era una maggiore
sicurezza. Frugarono e non trovarono null’altro che libri. Uno, ricordo come
fosse adesso, era intitolato Disobbedisco, ed era stato dedicato a mio padre
dallo stesso autore. La cosa suscitò un profondo interesse e un profondo
sdegno nei fascisti, così come suscitarono sdegno le figure della Divina
Commedia del Dorè che erano proprio nella nostra biblioteca.
Alle cinque del mattino ci fecero vestire, ci fecero prendere i
gioielli che mamma teneva in casa e ci portarono in città. Ci schedarono
nelle carceri di Villa Andreini e ci misero in isolamento, tre celle per tre
persone. In carcere trovammo due persone che poi ci furono molto care, la
signora Stanzione con la figlia, arrestate insieme al figlio e a
Italo Geloni. Trovammo anche Dora Carpanese,
arrestata con mio fratello, e pochi giorni dopo ci raggiunse anche un'altra
mamma di un partigiano amico dei miei fratelli. Era stata arrestata
insieme al marito perché non avevano trovato il figlio. Immediatamente fummo
messe sotto il controllo della SS che cominciò a interrogarci con
l'interprete, uno spezzino che conosceva molto bene il tedesco.
Mia madre era continuamente interrogata, perché da lei si voleva sapere chi
erano e cosa facevano quei banditi, quei disgraziati, quei delinquenti dei
suoi figlioli e quali erano gli amici frequentavano la nostra casa. Malgrado
i dinieghi e malgrado si ostinasse a dire che lei non sapeva nulla, neanche
dov'erano i suoi figli, gli interrogatori erano sempre più pressanti e
pesanti. Anche io e mia sorella venimmo sottoposte a questi interrogatori,
anche se molto meno, fino al 20 di luglio, data dell'attentato a Hitler. Mia
madre, che era una persona molto calma e equilibrata, con un cipiglio che
non riconoscevo, obbligò Suor Teresina, la madre superiore che teneva le
carceri femminili, a chiedere un'udienza immediata col comandante tedesco.
Il comandante tedesco dapprima tergiversò, ma mia madre lo obbligò a
sentirla, e quando fu davanti a lui gli disse "vorrei sapere come tu chiami
la tua gente, quella che ha attentato al tuo capo. Ti do del tu perché tu
dai del tu a me, ma anche perché appartieni ad un popolo in cui ci sono
anche persone che come i miei figli amano la libertà. Non osare più
chiedermi nulla perché non ti dirò mai nulla". Quest'uomo un po' interdetto
guardò mia madre, si alzò, le fece il saluto militare e poi le disse "mille
donne come te e io qua non ci sarei". Da quel giorno non fummo più
interrogate.
Nel frattempo ci fecero anche vedere mio fratello che, ridotto in condizioni
pietose e sorretto da due amici che lo avevano accompagnato, era venuto a
salutare mia madre. L'8 settembre sentimmo aprire la porta della cella e
Suor Domitilla, una suora gentile e buona che aveva sempre cercato di
aiutarci anche con le parole, venne piangendo e ci disse: "preparatevi
perché dovete andar via". Arrivammo a Genova. Fummo perquisite - come se
provenendo dalle carceri avessimo potuto nascondere qualcosa - e avviate al
quarto raggio di Marassi. Ci sbatterono in una cella, dove non c'erano
neanche i letti, ma soltanto materassi, sporca, piena di animali che
camminavano sui muri, e cominciarono a darci da mangiare in maniera sporca.
Verso il 20 settembre, durante la mattinata, fummo presi,
imbarcati su due pullman e diretti a Bolzano. Qui cominciammo ad avere il
primo sentore di quello che sarebbe stata la nostra prigionia. Fummo
spogliate di tutte le nostre cose, i nostri vestiti furono messi in un sacco
e ci dettero una tuta. Lì ricevemmo il numero, contrassegnato in una
grande striscia bianca sulla tuta. Non stavamo tutto il giorno nel campo.
Alla mattina venivamo portate nella caserma dei carabinieri ad attaccare i
bottoni nelle tende da campo.
La mattina dell'8 ottobre ci fecero uscire dalla baracca, ci incolonnarono e
la maggior parte delle donne e degli uomini venne portata alla stazione.
Riempirono due carri bestiame con cento tredici donne. Altri quattro carri
bestiame vennero occupati da altri prigionieri che da Bolzano venivano
trasportati in Germania. Ci fermammo a Dachau dove lasciammo gli uomini e
noi proseguimmo. Eravamo chiuse, praticamente senza aria, senza neanche
poterci sedere per terra, lasciando alle più anziane e alle più deboli il
posto per sedersi, per cercare di riposarsi, e a turno cercavamo di
respirare un po' d'aria da quei piccoli finestrini dei carri bestiame.
La mattina del 13 ottobre arrivammo a Ravensbrück. Gli ordini venivano dati
in tedesco, che noi non capivamo, e la mancanza di conoscenza della lingua
ci provocò subito botte e calci a non finire. Arrivammo davanti ad un
cancello, sopra il quale c'era una scritta, Arbeit macht frei, che noi
allora non sapevamo cosa volesse dire. Era tardi, ci fecero entrare e poi
misero alcune di noi dentro una baracca, altre invece furono lasciate
all'addiaccio.
Venne giorno e fummo subito destate dal suono di una sirena. Vedemmo uscire
dalle baracche delle donne, che non erano donne, ma figure magre, macilente,
vestite a righe, che noi guardammo stupefatte. Non riuscivamo a capire.
Tutte le donne avevano un triangolo e un numero. Non riuscivamo a capire
cosa fosse né perché avessero questo numero. A un certo momento vedemmo
arrivare davanti a noi un carro fiancheggiato da due donne con un forcone,
che ogni tanto prendevano quello che cascava e lo rimettevano su. Una disse
“sembrano stracci”, e un’altra “ma figurati! è legna, non vedi come sono
legnosi? chissà dove la porteranno” Nel momento in cui questo carro ci passò
davanti capimmo che erano cadaveri nudi e sul petto vedemmo i numeri.
Ci portarono dentro a delle baracche e ci obbligarono a spogliarci nude.
Questa nudità, per noi donne di allora, era dura. Non eravamo abituate alla
mancanza del pudore, eravamo abituate al nostro privato, ma quello che
maggiormente ci fece star male era il fatto che vecchie e giovani,
soprattutto mamme e figlie, dovessero vedersi nella loro completa nudità.
Capii che mia madre aveva vergogna, che anche altre donne avevano vergogna.
Allora cominciammo a guardarci soltanto in volto. Ci fecero fare la doccia,
ci portarono in un luogo dove fummo depilate di tutto. Molte di noi furono
anche ispezionate in maniera tale da poter scoprire se qualcuna avesse
nascosto oro o gioielli. Ci portarono via tutto l'oro, la catenina e il
braccialetto e - devo dire la verità - tutto fu sistemato in una forma
quanto mai precisa. Tirarono fuori per ognuna di noi una piccola busta,
segnarono quello che avevano portato via, chiusero la busta e su ogni busta
misero il nome.
Dopo la doccia e la depilazione ci gettarono degli stracci. Noi non sapevamo
che cosa fare ma alla fine capimmo che tra gli stracci dovevamo scegliere
quelli che maggiormente potevamo avvicinarsi alla nostra taglia.
Evidentemente non avevano misurato le taglie di nessuna, perciò chi aveva un
cappotto che gli arrivava ai piedi, chi una gonnellina leggera che arrivava
sì e no alle anche, chi non aveva niente. Ai piedi zoccoli, sennò scarpe
spaiate, o che non corrispondevano al nostro numero, Le mutande erano di
tutte le misure possibili e immaginabili ma certamente non adatte a noi. Poi
ci diedero il nostro numero e ci dissero anche che dovevamo impararlo subito
a memoria, in tedesco, perché semmai fossimo state chiamate non ci avrebbero
chiamato col nostro nome, ma col numero. Il mio numero era 77.399.
Siebenundsiebzigdreihundertneunundnuenzig. Come vedi lo ricordo ancora.
Poi arrivò il triangolo rosso, simbolo della deportazione politica, che
doveva essere messo sul petto del cappotto o della casacca e sul braccio
affinché fosse ben chiaro e leggibile a chiunque ci avesse incontrato. Di
lì, fummo portate nella baracca. La mia baracca era la 17. In tutto il
periodo di deportazione, il ciclo mestruale non esisteva più. Appena entrate
ci tolsero tutto quello che ci poteva essere necessario, perciò loro
sapevano che non ci sarebbero stati più problemi in tal senso. E infatti
finì.
La sirena suonò molto prima dell'alba. Fummo fatte scendere immediatamente e
capimmo che bisognava lasciare il letto nel migliore dei modi. Poi bisognava
andare di corsa al gabinetto. I gabinetti erano pochissimi, con tante donne
che cercavano disperatamente di lavarsi perlomeno gli occhi. Ci misero per
dieci ferme sull'attenti, per ore, e l'attesa fu lunga. Cominciammo a capire
la tragedia che ci aveva colpite. Perché se sei da solo soffri per te, ma se
hai vicino tre persone, soffri per te e per la sorella che ti è vicina, che
vedi più debole di te, e soffri tremendamente per quella donna che è tua
madre, che vorresti aiutare ma non puoi. La vedi cascare ma la devi lasciar
per terra, la vedi soffrire e non puoi fare nulla per aiutarla. Perciò la
sofferenza era moltiplicata per tre. Finito l'appello, fummo di nuovo
riprese per altre visite e questo si ripeté per due o tre giorni. Visite
assurde, sciocche, ti facevano visite alle mani, agli occhi, guardavano se
eri forte. Visite che poi capivi non sarebbero servite a nulla, perché non
avevano senso. Alla mattina dopo l'appello, io e mia sorella - mamma no,
perché non poteva muoversi - fummo prese e avviate al lavoro. Anche quello
era un lavoro assurdo. Ti davano una pala per cinque, cantando, con a fianco
i cani che ti avrebbero azzannato le gambe se ti fossi spostata dalla fila
di due millimetri, ma forse anche due millimetri sarebbero stati troppi, e
ci portavano su di un'altura. Con questa pala dovevamo “smucchiare”
la sabbia da una parte e fare un altro mucchio dall’altra. Insomma, il
lavoro non serviva a niente, serviva però a debilitarti, a fare sì che le
tue mani si spaccassero per l'uso continuo di questa pala, e anche, in un
certo qual senso, a metterti già subito alla prova con le tue compagne.
Questo lavoro durò per circa dieci giorni e ogni volta che tornavamo in
baracca, dopo dodici ore di lavoro, trovavamo la mia mamma sempre più
debole, sempre più affilata. Poi io e mia sorella fummo convocate per andare
a lavorare alla Siemens e dovemmo lasciare mamma. L'abbiamo lasciata in
condizioni pietose, capivamo che la salutavamo forse per l'ultima volta e
anche lei lo aveva capito. Nella fabbrica il lavoro non era molto pesante.
Avevamo la fortuna di avere mani piccole e occhi buoni, perciò fummo
destinate all' équillibrage dei manometri e dei voltometri. Il ci
teneva ferme in baracca al caldo per dodici ore e alla fine le ossa facevano
male, perché eri costretta a stare su un piccolo sgabello, senza la
spalliera, a lavorare continuamente, il più delle volte con la lente
d'ingrandimento per equilibrare questi apparecchi. Dopo le dodici ore
rientravamo di nuovo con le SS e lì c'era la violenza, la fame e la
cattiveria più inaudita. Si inventavano sempre qualche cosa e tu dovevi
stare allo straf appell magari per tutto il giorno. Stare all'appello
di punizione tutto il giorno era terribilmente duro perché si raggiungevano
temperature di dieci o dodici gradi sotto zero. C'era la neve o c'era il
vento e noi non eravamo vestite.
Venne il primo di gennaio. Era nevicato la sera prima e la neve si era
subito ghiacciata. Ci chiamano all'appello e ad un certo momento sento che
viene chiamato il mio numero. Essere chiamati dal comandante del campo era
una cosa terribile, ci si poteva aspettare solo male. Lì per lì quasi non
capii, poi il capo baracca mi disse “guarda che ti chiamano”. Mi avviai
verso il centro del campo dove c'era il comandante che mi aveva mandato a
chiamare. Quando sono davanti al comandante, questo mi guarda e mi dice “tua
mamma è morta e stai zitta, perché tua sorella è grave in infermeria”. Da
quel giorno dovetti lottare per mia sorella. Alla fine di marzo, primi di
aprile, in baracca c'era poco da mangiare. Anche alla Siemens c'era poco da
mangiare. Talvolta dovevamo andare a prendere i carri bestiame dalla
ferrovia e portarli a spinta nel campo per vuotarli, perché anche la
ferrovia non arrivava più. Ci riportarono in campo, ormai la fabbrica stava
chiudendo.
Una cosa terribile erano le selezioni. La prima selezione la subimmo prima
di partire dalla Siemens. Al momento del rientro dalla fabbrica, in baracca
ci trovammo davanti alcuni infermieri o dottori, avevano il camice bianco, e
una specie di camion bianco. Ci fecero passare ad una ad una e cominciammo a
vedere che alcune erano mandate a destra, altre a sinistra. Mi vide una
francese dal campo. Era un periodo in cui avevo una scarpa col tacco alto e
l'altra col tacco basso, una piccola e l'altra grande, perciò camminavo
zoppa. La francese mi disse: “Bianca, attention! Sélection!” e io capii che
per me si metteva male se mi fossi presentata nelle condizioni in cui ero.
Mi tolsi le scarpe, mi tirai su i vestiti, in maniera che potessero vedere
che camminavo bene, e mi avviai col cuore stretto, perché davanti a me c'era
mia sorella. Ero evidentemente in ansia fintanto che lei non passò dalla
parte giusta. Poi arrivai io con le mie scarpe in mano, mi guardarono, mi
diedero una bella sberla sulla testa e mi avviarono verso mia sorella. La
seconda selezione la avemmo dopo che dalla Siemens fummo portate nel campo
grande. Io e mia sorella eravamo a lavorare nella fabbrica di sartoria,
attaccata alla Siemens, e lì subimmo la seconda selezione. Anche quella andò
bene. Ci scoprirono tutte, eravamo coperte di piaghe, ma per fortuna a
questo non badarono, guardarono soltanto se eravamo ancora capaci di
camminare.
Tra la sera del 26 e 27 aprile, quando ormai si sentivano i
cannoni russi che si avvicinavano, ci hanno messe nella piazza. Capimmo
subito che gli ordini erano contraddittori, c’era chi urlava da una parte e
chi dall'altra. Noi ci misero per strada, in fila per cinque, scortate dai
soldati della SS e dai cani. Chiunque si fermava - ce l'avevano già detto -
sarebbe stata uccisa con un colpo alla nuca. Camminammo in queste condizioni
praticamente tutto il giorno. La mattina dopo i cani e i posten
ci ripresero, ci misero di nuovo in marcia e camminammo per sette giorni.
Alla fine ci fecero riposare su una piccola altura, posten e cani con
noi. Ad un certo momento vediamo passare lungo la strada una macchina che
non avevamo mai visto, contrassegnata anche da un disegno che non avevamo
mai visto. Mia sorella disse “sono americani!”. Li guardammo bene, in
effetti la divisa era diversa, l'elmetto era diverso, e allora ci
precipitammo tutte giù sperando di trovare qualcosa da mangiare, perché era
sette giorni che non si mangiava e si beveva l'acqua che trovavamo per la
strada.
Dopo mi sono affidata ai compagni di prigionia italiani e con
loro, poco per volta, siamo ritornati a casa. Del mio fratello arrestato non
ne abbiamo saputo più nulla. In seguito l'abbiamo atteso tanto, ma nessuno
voleva darci notizie. Alla fine Italo Geloni,
che aveva condiviso con lui tutti i giorni della prigionia e con lui era
stato deportato a Flossenbürg, venne e mi disse “è inutile che lo
aspetti, mi è morto tra le braccia”.
|
|
|
|
Maria Ida Fürst Castro
|
Il discorso di Maria Ida Fürst Castro in occasione dell'incontro
con il Sindaco di Pisa Paolo Fontanelli
Pisa, 27 gennaio 2001
Signor Sindaco,
Signore e signori,
Ci sono
momenti nei quali ci si interroga su quale debba essere il nostro ruolo in
questo mondo. Per chi ci crede infatti, ognuno di noi è su questa terra per
uno scopo, magari piccolo, e forse anche nemmeno perfettamente comprensibile
se troppo immersi nel quotidiano. Il mio chissà, forse era appunto quello di
essere qui stasera, tra voi, a ricordare la Shoah, l’orrore, la barbarie che
ha travolto milioni di famiglie, cancellato milioni di vite, massacrato
milioni di bambini, di donne, di padri e madri, colpevoli solo di avere una
cultura diversa, una religione diversa.
Siamo
purtroppo sempre meno a poter testimoniare ciò che è stata la Shoah, e oltre
alla mia voglia di vivere forse la sorte che mi era stata destinata era
proprio quella di essere di monito, di essere la memoria vivente, finché ne
avrò la forza, per testimoniare che ciò che è stato è stato davvero e,
purtroppo non una invenzione come qualcuno cerca ancora di affermare.
Io non ho
fotografie, non posso portare documenti di ciò che i miei occhi hanno visto
e che, come diceva Primo Levi, non avrei mai trovato parole adatte per
raccontare, per farmi credere. Ho soltanto un piccolo numero, anche
abbastanza basso, che mi porto dal Gennaio del 1943 e che per oltre 2 anni è
stato il mio nome e cognome, e da oltre 50 anni è qui sul mio braccio
sinistro, muta e pure urlante testimonianza, per chi la vuole ascoltare che
ciò che è stato non è stato solo un brutto sogno.
Accanto a
me le fila dei superstiti di quell’inferno si assottigliano sempre più e
vedo sempre più vuoti e meno facce conosciute. L’ultima che se n’è andata in
ordine di tempo, anche se l’ho saputo in ritardo, è quella del caro
Italo Geloni, che colgo qui l’occasione per
ricordare e per testimoniargli che finché potrò manterrò l’impegno che presi
con lui e con tutti quelli che non ci sono più e cioè quello di non mancare
di mantenere viva la memoria affinché ciò che hanno sofferto non sia
dimenticato, poiché questo significherebbe farli morire di nuovo.
Io la
ringrazio, signor sindaco, per questo segno che ha voluto darmi in questa
giornata della memoria e colgo l’occasione ancora per due cose:
la prima è
quella di ringraziare attraverso lei anche l’intera città di Pisa che lei
rappresenta e nella quale io ho finalmente potuto ritrovare, soprattutto
grazie alla sua gente, quella pace e quella serenità che credevo non sarebbe
più stato possibile.
E la
seconda, per incoraggiarla nel cammino, che questa città conosce da sempre,
di farsi sempre interprete e testimone affinché l’accettazione del diverso
venga vista e vissuta come una ricchezza culturale e non invece un degrado o
un impoverimento culturale.
Credo che
questa infatti sia una delle strade affinché non abbiano più a ripetersi
altre Shoah, che invece con terrore vedo ripetersi anche non molto lontano
da qui.
Grazie.
Maria Ida Fürst Castro
|
|